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Stop al concordato biennale con debiti fiscali o contributivi

Il concordato preventivo biennale sarà offerto dal Fisco a chi ha punteggio Isa di 8+ o usa il regime forfettario, ma non a tutti.

Per tanti, ma non per tutti. Il Fisco proporrà il concordato preventivo biennale ai contribuenti che hanno almeno 8 nella pagella fiscale degli Isa o applicano il regime forfettario. La platea potenziale supera i 3,1 milioni di imprese e autonomi. Ma molti di loro incapperanno nelle tagliole delineate dallo schema di decreto delegato sull’accertamento, approvato venerdì scorso dal Consiglio dei ministri.

Il primo taglia-fuori colpisce chi – in relazione al periodo d’imposta precedente a quello cui si riferisce la proposta di concordato – ha debiti tributari o contributivi pari o superiori a 5mila euro (accertati con sentenza o atti definitivi). È una causa di esclusione che potrebbe penalizzare, in particolare, le partite Iva rimaste indietro con i versamenti alle Casse o all’Inps. Nel limite dei 5mila euro non rientrano i debiti sospesi o rateizzati.

Altre cause di esclusione mettono nel mirino situazioni di scarsa affidabilità. Così, non potrà accedere alla proposta chi non ha presentato la dichiarazione dei redditi per almeno uno dei tre periodi d’imposta precedenti a quelli di applicazione del concordato: cioè, le annualità dal 2021 al 2023 per il biennio 2024-25.

Allo stesso modo, sarà escluso chi nei tre periodi precedenti è stato condannato (o ha patteggiato) per reati tributari, di false comunicazioni sociali o di riciclaggio.

Calendario da rivedere

Anche un voto Isa inferiore a 8, come detto, può bloccare l’accesso al concordato. Ma i contribuenti al di sotto di questa votazione – che sono il 55,4% dei 2,1 milioni di soggetti Isa – potranno cercare di adeguare la propria pagella relativa all’anno d’imposta 2023, così da meritarsi la proposta del Fisco per il 2024-25. Per adeguarsi, dovranno caricare online entro il prossimo 20 giugno una serie di dati nell’applicativo che le Entrate metteranno a disposizione entro fine aprile. I dettagli saranno definiti in un Dm dell’Economia da varare di concerto con il Garante privacy.

Anche se il decreto delegato impone di sfruttare tutti i dati già in possesso della Pa – a cominciare dalle fatture elettroniche – i contribuenti dovranno di fatto anticipare di tre mesi l’inserimento delle informazioni necessarie agli Isa (la cui dichiarazione, dal 2024, avrà come termine il 30 settembre e non più il 30 novembre).

Peraltro, proprio in tema di calendario, venerdì è arrivata la precisazione del Consiglio nazionale dei commercialisti: il viceministro Maurizio Leo ha rassicurato gli intermediari sul fatto che i contribuenti avranno più dei cinque giorni concessi dallo schema di decreto per valutare la proposta elaborata dal Fisco (si veda la scheda).

Fuori con tre scontrini mancanti

Anche dopo l’adesione alla proposta potrà capitare di decadere dal concordato.

Succederà innanzitutto a chi nei due anni del patto o in quello precedente risulterà avere attività non dichiarate per un importo superiore al 30% dei ricavi in chiaro. Attenzione: chi accetterà il reddito proposto dovrà comunque dichiarare anche gli introiti ulteriori, diventando così trasparente per il Fisco e versando l’Iva. Due fattori che potrebbero indurre alcuni contribuenti a fare un po’ di nero anche dopo aver aderito.

Uscirà dal concordato, inoltre, anche chi commetterà violazioni definite come «non lievi» dal decreto. Incappando, ad esempio, in tre o più contestazioni per mancate o inesatte emissioni di ricevute o scontrini, rilevate in giorni diversi e sempre nell’arco di un triennio: i due anni di concordato e l’anno precedente. Dunque, le infrazioni del 2023 possono pesare anche sul nuovo istituto.

Fonte: Il Sole 24Ore

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