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Concordato preventivo, l’accordo biennale sulle tasse sarà esteso anche ai forfettari

Il patto su reddito tassabile sarà proposto a professionisti e imprese con un fatturato fino a 5,1 milioni, compresi i soggetti forfettari.

Un patto sul reddito tassabile. Sarà elaborato dai software del Fisco e sarà proposto ad autonomi, professionisti e imprese con un fatturato fino a 5,1 milioni (la soglia Isa), compresi i soggetti che applicano il regime forfettario. È il progetto cui stanno lavorando gli esperti incaricati dal viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, per attuare il concordato preventivo biennale previsto dalla delega fiscale. L’obiettivo – ambizioso – è partire con il biennio 2024-25.

In parallelo, prosegue il lavoro sulle analisi di rischio rafforzate attingendo ai dati raccolti dai portali web di cessione di beni e servizi, poi rielaborati con l’intelligenza artificiale.

Il reddito proposto

Secondo la delega, la filosofia del concordato preventivo ruota su tre punti:

il Fisco, dopo un contraddittorio semplificato, propone ai contribuenti di minori dimensioni un certo reddito per il biennio;

il contribuente che accetta la proposta non paga imposte e contributi sul reddito extra rispetto a quello proposto, ma deve comunque dichiarare tutti gli introiti al Fisco (e applicare l’Iva con le regole ordinarie);

decade dal concordato chi non documenta correttamente i ricavi del biennio – o di anni precedenti – per un importo superiore «in misura significativa» rispetto al dichiarato o, comunque, commette gravi violazioni.

Gli esperti della commissione sull’accertamento coordinata da Vincenzo Carbone (capo aggiunto della divisione contribuenti delle Entrate), sono orientati ad ammettere tutti coloro che stanno al di sotto della soglia per gli Isa. Ciò vuol dire che nello schema di decreto attuativo – che Leo conta di presentare al ministro Giancarlo Giorgetti e a Palazzo Chigi – ci sarà una conferma esplicita: il nuovo concordato si applicherà a chi presenta gli Isa (2,4 milioni di soggetti nel 2022), ma anche a chi applica il regime forfettario (oltre 2 milioni di professionisti e autonomi con ricavi o compensi fino a 85mila euro).

Il reddito proposto per il concordato sarà calcolato tramite un software e la base di calcolo saranno – in prima battuta – i dati dichiarati negli Isa. Per i forfettari, invece, andranno studiati altri criteri di calcolo, perché questi soggetti non sono tenuti agli Isa, anche se dal 2024 avranno l’obbligo di fattura elettronica. L’algoritmo, inoltre, terrà conto dell’andamento prevedibile dell’economia.

Proprio il calcolo per i forfettari potrebbe essere uno dei principali ostacoli al debutto già nel 2024 del patto tra Fisco e partite Iva. Comunque, servirà un decreto ministeriale, dopo il varo del decreto legislativo delegato, per definire gli aspetti tecnici e le note metodologiche.

L’altro grande ostacolo deriva dall’imponente platea cui si rivolge il concordato.

Gli esperti hanno discusso di un possibile criterio di selezione, ma qui c’è un paradosso: se si ammettono solo i soggetti più affidabili, si escludono i più interessati al “patto”. Ad esempio, se dovesse servire un voto di 8 agli Isa, rientrerebbero solo 1,1 milioni di contribuenti su 2,4 (il 44,6%).

Il gran numero di persone e società coinvolte, inoltre, mette in forte dubbio la possibilità di avere un reale contraddittorio sulla cifra proposta: l’Agenzia non avrebbe personale a sufficienza, probabilmente neppure per un carteggio semplificato.

L’adesione al concordato sarà senz’altro appetibile per chi prevede di guadagnare di più nel biennio, perché il suo business sta crescendo.

La norma, però, punta soprattutto a chi incassa redditi in nero. Ma perché un evasore dovrebbe pagare le imposte sul maggior reddito proposto dal Fisco? È già stato osservato che servono degli incentivi per l’adesione (si veda Il Sole 24 Ore del 19 maggio 2023). Ad esempio: se accetti la proposta, il Fisco ha meno tempo per fare accertamenti o addirittura si impegna a non farne (ma devi comunque emettere tutti gli scontrini, le fatture e le ricevute, e versare l’Iva). Altre premialità potrebbero essere simili a quelle offerte a chi ha buoni voti agli Isa. È un punto cruciale, su cui servirà equilibrio: senza incentivi è difficile che i contribuenti aderiscano; ma le Entrate non accetterebbero mai di avere le mani totalmente legate, e la stessa delega prevede che si possa sempre fare un accertamento nei confronti di chi, dopo aver aderito, nasconde redditi ingenti.

Le analisi di rischio

In parallelo, la delega fiscale dà nuovo input all’accertamento tributario. Con l’articolo 17 si punta a semplificare l’iter delle verifiche mediante l’utilizzo di software e intelligenza artificiale, anche se si dovrà comunque attendere la concreta attuazione del Regolamento Ue «Ai Act» prevista tra il 2025 e forse anche il 2026.

Gli esperti stanno lavorando per la creazione di un contenitore normativo che possa prevedere una disciplina utilizzabile anche in futuro con l’uso di nuovi e più sofisticati software. In particolare, si punta a razionalizzare e riordinare le disposizioni concernenti le attività di analisi di rischio, anche nell’ottica di rispettare la tutela della riservatezza e dell’accesso agli atti, ciò per evitare pregiudizi alle garanzie dei contribuenti.

Attraverso un software semiautomatizzato saranno raccolte due principali tipologie di dati:

1 le analisi tributarie dell’agenzia delle Entrate e della Guardia di finanza, che saranno interscambiabili;

2 le informazioni ricavate dal web. Stando alle valutazioni in corso, nel caso di dati raccolti da internet saranno monitorati i siti dedicati alla cessione di beni e servizi per individuare chi vende senza identificativo fiscale o chi potenzia il proprio giro d’affari.

La rielaborazione di questi dati servirà a restituire alert che potranno riguardare una categoria di contribuenti ma anche un singolo soggetto su cui si intende svolgere l’accertamento.

Un altro aspetto oggetto di analisi della commissione riguarda le verifiche preliminari al deposito della dichiarazione dei redditi. In questo caso si vuole a anticipare il controllo delle Entrate e della Guardia di finanza, seguendo il modello già sperimentato con le cessioni dei crediti d’imposta sui bonus casa.

Fonte: Il Sole 24Ore

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